“Gioca il figlio del presidente”: quando la meritocrazia resta negli spogliatoi
Nel calcio dilettantistico, quello fatto di sacrifici, passione e chilometri macinati per un allenamento dopo il lavoro o la scuola, esiste una verità scomoda che sempre più spesso emerge dalle voci di chi lo vive ogni giorno. Una frase che ritorna, sussurrata tra spogliatoi e tribune: “gioca il figlio del presidente”.
Non è uno slogan, ma una denuncia.
Una realtà che tanti calciatori, addetti ai lavori e appassionati raccontano con amarezza. Perché dietro quella frase si nasconde un meccanismo che, in alcuni contesti, sembra aver preso il sopravvento sulla meritocrazia.
Allenarsi tutta la settimana, sacrificare tempo, energie, vita privata. Guadagnarsi ogni minuto in campo. E poi, la domenica, vedere le gerarchie ribaltarsi. Non per rendimento. Non per scelta tecnica. Ma per dinamiche che nulla hanno a che fare con il campo.
Figli, parenti, amici di dirigenti o sponsor che trovano spazio con maggiore facilità, mentre chi ha dimostrato sul campo resta a guardare. Una situazione che, se confermata, rappresenta una ferita per l’intero sistema dilettantistico.
Il punto più delicato, secondo molte testimonianze raccolte, riguarda il ruolo degli allenatori.
Figure che dovrebbero essere garanti del merito, della crescita e della giustizia sportiva. E che invece, in alcuni casi, si trovano – o scelgono – di non opporsi a queste dinamiche. Per necessità? Per equilibri societari? Per paura di perdere il posto?
Qualunque sia la risposta, il risultato non cambia: ragazzi demotivati, spogliatoi spaccati, crescita compromessa.
Il danno più grande non è solo tecnico. È umano. Giovani calciatori che smettono di credere nel lavoro. Che perdono fiducia nel sistema. Che, in alcuni casi, abbandonano completamente il calcio. E con loro si perde talento, passione, autenticità.
Attenzione: non si tratta di generalizzare. Esistono tantissime società sane, dirigenti competenti e allenatori che fanno della meritocrazia un principio imprescindibile. Ma proprio per questo è necessario parlarne. Perché il silenzio, in questi casi, rischia di diventare complicità. Il calcio dilettantistico è il cuore del movimento. È il luogo dove si formano uomini prima ancora che calciatori. E allora la domanda resta, forte e diretta:
Quando è morta la meritocrazia?
E soprattutto: vogliamo davvero lasciarla lì?
